17 Novembre 2017 Dott.ssa Rebecca Silvia Rossi

La relazione analista – paziente

La psicoanalisi e l’industria dei divani

Woody Allen sostenne che “la psicoanalisi è tenuta viva da un’industria di divani”. Sebbene tale aforisma faccia sorridere, è altresì vero che tale pratica è purtroppo tuttora usata, spesso a discapito del paziente.

Dietro all’uso del lettino, vi è il pensiero che la relazione analista-paziente deve essere quasi inesistente, il più “neutrale” possibile per il bene dell’analisi. Pensiero opposto, sul quale la psicoanalisi della relazione fonda il suo operato, ritiene la relazione tra analista e paziente come fondamentale per il percorso terapeutico.

Infatti, nella pratica clinica si il significato della relazione si costruisce assieme (co-costruzione), afferendo anche – e soprattutto – da quello che accade nel qui ed ora della seduta analitica.

Si passa dal ruolo neutrale dell’analista alla sua attività, intesa come partecipazione all’interno della seduta.

L’analista con il paziente

Questa modalità di interazione analitica è estremamente in contraddizione con gli albori della pratica clinica, nei quali lo psicoanalista doveva essere impenetrabile per il paziente, non mostrare nulla di sé. Adottare questa prospettiva, invece, significa stare con il paziente, avendo coscienza dei propri punti di vista e di come questi possono essere molto lontani da quelli del paziente. Significa avere chiaro che:

  • non si è detentori del sapere in quanto investiti di un certo ruolo;
  • il paziente è in grado di assumere la sua vita ed indirizzarla a partire da sé
  • il proprio compito è aiutarlo in questo percorso
  • la relazione è tra due persone, che entrambe queste persone la influenzano e ne sono influenzate.

Il terapeuta, quindi, deve essere capace di stare nella relazione, osservando ciò che accade, usando le sue competenze per darvi significato, con il contributo del paziente.

L’interazione è infatti il principale strumento del processo terapeutico.

L’autodisvelamento dell’analista

In questa “moderna” relazione analitica, non è quindi solo il paziente a parlare di sè. Anche l’analista usa la sua esperienza del qui ed ora, per far evolvere l’analisi. Questa tecnica, chiamata “autodisvelamento”, viene usata per analizzare i vissuti del paziente nei confronti della soggettività dell’analista, in un clima di trasparenza e collaborazione.

In questo modo, si viene a creare nel processo analitico una nuova condizione di indagine e di scoperta, si libera l’analista dalla presunta neutralità rendendo esplicito l’aspetto co-costruttivo del lavoro terapeutico. L’autodisvelamento è una modalità di stare nella relazione molto importante, poiché poter sperimentare un confronto sincero e alla pari costituisce un’alternativa con la quale vedere sé stessi ed il mondo.

Il rapporto paziente-analista non è una relazione a “senso unico”

Riassumendo:

  • il rapporto paziente-analista non è a senso unico;
  • l’osservatore è presente con tutta la sua soggettività nella situazione osservata;
  • la relazione analitica è interazione di due soggettività;
  • paziente e analista sono ugualmente partecipi, senza nascondersi

Si è passati da una relazione a senso unico (paziente -> analista) ad una relazione pensata come interazione dove entrambi sono coinvolti e partecipi (paziente <-> analista) con la consapevolezza che la relazione analitica dà la possibilità di sperimentare una relazione dove sia possibile essere ed esprimersi per come si è, senza doversi nascondere dietro un ruolo o un compito.