Dott.ssa Rebecca Silvia Rossi

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TEAM WORK: COME LAVORARE BENE IN GRUPPO

Oramai nelle aziende è impensabile lavorare solo a livello individuale. Progetti, riunioni, scambi… Le relazioni sono fondamentali ed il saper lavorare in gruppo è una delle soft skills più richieste. Ma cosa significa davvero? Di seguito alcuni tra i tanti ostacoli che si possono incontrare e alcuni consigli per poter davvero dire di possedere una buona capacità di team working.

4 ostacoli: riconoscili!
1. Scova il monopolizzatore di potere: chi ha smanie di potere preferisce “vincere” sentendosi potente all’interno del gruppo, ossia facendo vincere la sua idea sulle altre, piuttosto che far vincere il gruppo.
2. Attenzione alle differenze di status: i membri di status inferiore possono dubitare della propria capacità e pensare che il loro contributo non sia rilevante. Può anche succedere che si preoccupano di più di fare bella impressione sul capo piuttosto che di lavorare in team.
3. No all’autocensura: quando tutti stanno zitti per paura di parlare o per i motivi sopra indicati, viene immediato pensare “chi tace acconsente”, provocando un’illusione di unanimità tra i membri.
4. Pensa come singolo all’interno del gruppo: se tutti i membri sono d’accordo tranne uno, quest’ultimo non interviene, pensando che acconsentendo gioca per il gruppo: sbagliato!

4 consigli per saltare gli ostacoli senza inciampare
1. Cerca il rispetto e la fiducia tra i membri: questi sono elementi essenziali per potere lavorare. Se mancano, il gruppo diventa inevitabilmente disfunzionale.
2. Proteggi e sostieni i membri del gruppo: il conflitto è inevitabile quando si lavora in gruppo. Riformularlo come collaborazione e confronto piuttosto che conflitto, aiuterà a lavorare in armonia.
3. Promuovi il dialogo aperto e la comunicazione efficace: incoraggia sempre l’interazione e il coinvolgimento di tutti con domande facilitatrici (e tu cosa ne pensi? mi piacerebbe avere anche l’opinione di…), soprattutto di chi pensa il suo contributo non sia valido o arricchente.
4. Condividi l’obiettivo: è impossibile lavorare in squadra se alcuni dei membri non sono sicuri l’obiettivo sia quello giusto e/o non hanno ben chiaro quale sia. Il primo step, dunque, è chiarire a tutti i membri l’obiettivo e raccogliere i dubbi di chi non lo condivide.

Mindhunter – riflessioni

Un grazie a John Douglas…

La serie di Netflix Minhunter  (molto ben diretta e assolutamente consigliata) è ispirata al lavoro di John E. Douglas, primo profiler della storia. Grazie a Douglas, sul finire degli anni ’70 venne istituito il Criminal Profiling Program presso l’FBI, con l’obiettivo di studiare il comportamento criminale in modo da classificarlo e, in seguito, riuscire a predirlo.

Douglas iniziò intervistando alcuni dei criminali più efferati dell’epoca (tra i quali Ted Bundy, Charles Manson, Edmund Kemper) e dai resoconti stilò caratteristiche comuni e opposte tra gli omicidi e i killer.

Dobbiamo a lui la dicitura “Serial Killer”, e anche la famosa distinzione tra criminale organizzato e disorganizzato.

Varie serie TV e film si sono ispirati al suo affascinante lavoro: oltre a Mindhunter, troviamo Criminal Minds, Hannibal, Il silenzio degli innocenti.

… Ma anche a Michael Stone

Anche se la serie mi è piaciuta, mi sono trovata a riflettere su quanto un libro potenzialmente utile in campo giudiziario, non abbia avuto lo stesso successo del lavoro di Douglas.

Mi riferisco a The Anatomy of Evil di Michael Stone, psichiatra forense, che ha cercato di sistematizzare la nozione di “male” intervistando serial killers, come aveva fatto Douglas.

Il lavoro di Stone nasce dalla convinzione che sarebbe utile avere una linea immaginaria lungo la quale disporre differenti tipi di assassini, in modo da poterli catalogare. L’utilità di tali distinzioni parte da un’ottica preventiva: spiegando perché certi atti sono stati compiuti, si potrebbe fare luce sui criminali a maggior rischio di recidiva.

Douglas pensava a come catturare i killer, prevedendo le mosse, Stone si concentra sul “post cattura”, predicendo la recidiva. La “scala del male” creata da Stone, infatti, segue un continuum di probabilità per il quale è molto plausibile che un killer ritorni a uccidere.

Non si è ancora pronti al 100% per portare tali studi in campo penale, ma questa potrebbe essere una linea da seguire.

L’effetto nocebo in psicoterapia

Spesso si sente parlare dell’effetto placebo, situazione nella quale le condizioni mediche di un paziente migliorano per la convinzione di aver assunto un farmaco, che in realtà non ha principio curativo.

Esiste anche l’effetto contrario, “effetto nocebo”. I meccanismi che stanno alla base dell’effetto nocebo equivalgono a quelli del placebo, alla rovescia. Mentre quest’ultimo incentiva la reazione immunitaria dell’organismo, il nocebo causa un suo calo.

Una profezia che si autoavvera?

Questo fenomeno potrebbe considerarsi una sorta di profezia che si auto avvera. Spesso, infatti, pensieri negativi si trasformano in esiti veritieri.

  • “Questa situazione non cambierà mai” è il miglior modo per non farla cambiare. Non è la situazione in sé a dover cambiare ma il nostro modo di vederla, di interfacciarci con essa.
  • “Dopo quello che mi è successo non sarò più felice” è un pensiero che porta a comportarsi secondo questa convinzione, privandosi di cose che potrebbero rendere felici.
  • “Senza una promozione la mia vita non avrà più senso” crea ansia e conseguente diminuzione delle prestazioni lavorative, cosa che probabilmente porterà a non ottenere la promozione sperata.

Questi sono tre semplici esempi di come l’effetto nocebo possa anche derivare da quel che noi stessi pensiamo, non solo da medicinali prescritti o da quanto qualcun altro dice.

Le basi biologiche del placebo

Dai risultati di recenti studi, sembra che l’effetto placebo/nocebo abbia basi biologiche attestate. L’aspettativa ed il condizionamento che porta, sembra mettano in circolo degli specifici trasmettitori che imitano gli effetti attesi.

Bisognerebbe guardare queste evidenze come un grande passo verso un nuovo modo di vivere la terapia, in campo farmacologico, ma anche psicologico.

Alcuni studi di neuroimaging, infatti, hanno rilevato che la psicoterapia ha effetto anche sulle reti neurali, alla stregua di alcuni farmaci.

La psicoterapia può aiutare a modificare i pensieri che ci fanno incorrere sempre negli stessi errori, provare sempre le stesse emozioni negative. Può aiutare ad eliminare un’eventuale profezia che si auto avvera agendo sul pensiero negativo, cercando alternative assieme al paziente, creando nuove strategie di pensiero che porteranno a comportamenti più funzionali ed emozioni positive.

L’unicità del paziente

Paziente, Analista, Coppia Terapeutica

Ogni persona è unica, diversa da qualsiasi altra, seppur possa presentare caratteristiche simili ad altre. Sembra molto banale, no? Eppure, è difficile pensare la stessa cosa di paziente ed analista. Erroneamente, siamo portati a pensare che “coi pazienti depressi si fa così”, “in seguito al lutto è bene fare cosà”, che qualsiasi terapeuta può andare bene per qualsiasi paziente. Sbagliato!

Terapeuta e paziente sono innanzitutto persone e, come tali, dotati di soggettività ed unicità proprie.

Qualcosa che accomuna chiunque si presenti ad un primo colloquio psicologico c’è: lo stare male e il chiedere aiuto. Non bisogna però cadere nell’errore che lo psicologo  sappia cosa sia il male o il bene per il paziente. Infatti, la sofferenza nasce dal proprio e personalissimo rapporto con la realtà, non dalla dicotomia bene-male.

Esiste un fattore terapeutico universale?

Non esiste, perciò, un “fattore terapeutico” valido per tutti: quello che per l’analista è guarigione non vuol dire che lo sia anche per il paziente, o per un altro analista. Anche se, la relazione di per sé aiuta verso lo stare meglio, obiettivo finale e supposto delle terapie.

Per il buon esito di un percorso terapeutico, poi, è di fondamentale importanza: da parte dell’analista un ascolto aperto ed un sincero interesse; da parte del paziente la volontà di essere coinvolto alla scoperta di sé stesso.

Nell’intervento analitico bisogna tenere a mente che ogni paziente ha il proprio modo di comunicare il suo malessere, allo psicologo e a sé stesso.

Qual è l’obiettivo dell’intervento analitico?

E allora qual è l’obiettivo dell’intervento analitico? Non avendo una teoria sul malessere e, quindi, sul benessere, è difficile delineare una strategia unica. L’intervento terapeutico deve mirare al cambiamento, che sarà sempre diverso in ogni paziente, perché ogni paziente è diverso dagli altri. Davanti ad un paziente che chiede aiuto in quanto soffre, è necessario che il terapeuta si ponga libero da qualsiasi presunzione di sapere cosa sia meglio per lui, quale deve essere il cambiamento che attenuerà la sua sofferenza. Si parte dal paziente, da quello che porta, da quello che è, per arrivare ad una meta che ancora è sconosciuta, attraverso la relazione analitica e la co-costruzione di significati tra paziente ed analista.

La vittimologia

La disciplina che studia il crimine dalla parte della vittima prende il nome di vittimologia. I suoi scopi sono diagnostici, preventivi e trattamentali. In quest’ottica, la vittima non è più vista come passiva, bensì come coinvolta in ciò che le accade. Esistono infatti delle caratteristiche predisponenti ad essere vittima di reato, che variano con le caratteristiche personali e di contesto.

Come distinguere le vittime

  1. Simulatrici = si fingono vittime consapevoli di mentire, per ricavarne profitto;
  2. immaginarie = non sono consapevoli di mentire e lo fanno per motivi psicopatologici o per immaturità psichica;
  3. fortuite = colpite da eventi naturali;
  4. fungibili = non hanno nessuna relazione con reo;
    1. accidentali = sono vittime per puro caso (proiettile volante in una sparatoria per strada)
    2. indiscriminate = il rapporto colpevole-vittima non ha rilievo (es. terrorismo)
  5. infungibili = hanno un legame con il reo (es. uxoricidio);

Possono altresì essere selezionate (uccisione della moglie per esempio) o partecipanti (guida in stato d’ebbrezza, rissa, legittima difesa, eutanasia).

La vittimologia investigativa

La vittimologia investigativa, studia la vittima, la sua personalità, le caratteristiche biologiche, psicologiche, morali, sociali e culturali, le relazioni con l’autore del reato e il ruolo giocato nel favorire o meno l’evento criminoso. Questo per capire quali possano essere gli elementi statici con caratteristiche predisponenti alla vittimizzazione, e per arrivare all’aggressore. Infatti, lo studio della vittima e la sua relazione con l’aggressore è una risorsa indispensabile durante le indagini per ricostruire lo svolgimento dei fatti.

Ulteriori aree di indagine riguardano le caratteristiche evidenti della vittima (etnia, peso, altezza, colore capelli, occhi…), la sua occupazione, il luogo di lavoro, gli orari, la sua situazione finanziaria, la rete amicale, le abitudini, gli hobbies, il percorso scolastico, i familiari… Insomma, tutte le fonti di informazione che possano stilare un profilo e dare spunti sul movente del reo.

Esistono alcuni casi “limite”, dove è difficile stabilire il ruolo della vittima (es. omicidio del consenziente; circonvenzione di incapace; sindrome di Stoccolma).

Il ruolo della vittima nel procedimento penale

Chiunque sia vittima di un fatto previsto dalla legge come reato ha diritto ad un risarcimento da ottenersi mediante la possibilità di intervenire nel processo penale costituendosi come parte civile.

Se il reato è procedibile d’ufficio, si ha una segnalazione non anonima alla polizia giudiziaria o al PM contenente:

  • Esposizione degli elementi essenziali del fatto
  • Fonti di prova di ogni elemento idoneo ad identificare
    • Autore
    • Persona offesa
    • Chiunque possa fornire info rilevanti

Qualora il reato NON è procedibile d’ufficio, la persona offesa può rassegnare un atto di querela entro 3 mesi dalla commissione del fatto o dalla sua conoscenza (6 per quelli a sfondo sessuale), presentando gli stessi elementi appena elencati:

Durante il procedimento penale la persona offesa può presentare memorie e indicare fonti di prova (art. 90 c.p.p.), può nominare un solo difensore (art. 100 c.p.p.) e manifestare il consenso all’intervento ad una delle eventuali associazioni a tutela della vittima che richiedono di partecipare ai procedimenti con gli stessi poteri della persona offesa (art. 92 c.p.p.).

Stalking: come fronteggiarlo?

Cos’è lo stalking

Con stalking si intende un insieme di “atti persecutori” messi in atto all’interno di una relazione (affettiva, lavorativa o presunta). I protagonisti principali coinvolti nel fenomeno dello stalking sono il persecutore, la vittima e relazione forzata e controllante che si stabilisce tra i due e che porta ad una modificazione negativa della vita della vittima che sviluppa sentimenti di ansia e paura.

La nostra giurisprudenza tratta di questo reato nell’art. 612 bis del codice penale, definendolo “molestie e comportamenti assillanti ed ossessivi che inducono la vittima in uno stato di soggezione psicologica”. È da sottolineare che non sono le singole condotte ad essere considerate persecutorie ma è la modalità ripetuta nel tempo (contro la volontà della vittima). Tali condotte possono durare mesi o addirittura anni. Questi atti persecutori o condotte indesiderate possono essere: comunicazioni indesiderate; contatti indesiderati; comportamenti associati.

Come distinguere la molestia dallo stalking

Come si distingue la molestia dallo stalking vero e proprio? Lo si può fare se vi sono i seguenti elementi distintivi:

  • ricerca di comunicazione e/o di contatto connotati da ripetizione, insistenza e intrusività;
  • la pressione psicologica legata alla “coazione” comportamentale e al terrorismo psicologico dello stalker, pongono la vittima in uno stato di allerta e di stress psicologico dovuti sia alla percezione dei comportamenti persecutori come sgraditi, intrusivi e fastidiosi, sia alla preoccupazione e all’angoscia per la propria incolumità;
  • progressività del comportamento persecutorio testimoniata dal passaggio dalle minacce agli atti di violenza contro cose (per es. l’automobile) o persone (per es. familiari o partner);
  • i fattori che possono essere predittivi di un rischio di violenza grave sono: precedente relazione affettiva tra stalker e vittima, minacce di violenza, abuso di sostanze.

Guardiamo ora quali sono gli aspetti legali dello stalking. L’art. 612 bis c.p. recita:

“…è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero di ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto […] ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita […] la pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di:

  • un minore
  • una donna in stato di gravidanza
  • una persona con disabilità”

Tuttavia, per vari motivi (paura, mancanza di percezione della gravità di ciò che sta accadendo, sfiducia verso le istituzioni, mancanza di autonomia economica, di indicazioni concrete sul da farsi) solo una percentuale bassissima dei crimini viene denunciata. Spesso accade anche che siano le stesse donne a non riconoscere la violenza come un reato oppure che la denuncia venga presentata e poi ritirata.

Cosa può fare quindi la vittima di stalking?

Non tutte le strategie sono adatte a tutte le situazioni, è necessario valutare ogni caso a sé. È infatti diverso se la violenza viene perpetrata dall’ex-partner, da quello attuale o da uno sconosciuto. Tendenzialmente, però, questi accorgimenti risultano i migliori:

  1. Evitare tutti i contatti con lo stalker
    • Qualsiasi reazione della vittima rafforza il comportamento dello stalker e potrebbe indurlo a continuare, instaurando false aspettative.
    • Mantenere la calma per evitare incoraggiamenti.
    • Evitare rappresaglie, anche queste potrebbero animare lo stalker.
  2. Rivolgersi ai centri anti-violenza e alle associazioni gratuite presenti sul territorio, che offrono:
  • ascolto, riconoscimento, rispetto;
  • supporto legale per tentare di risolvere nella fase pre-processuale il problema;s
  • supporto psicologico per favorire l’elaborazione e la gestione dell’evento traumatico;
  1. Rivolgersi alle forze dell’ordine (questura, Carabinieri, commissariato della Polizia) per effettuare un ammonimento o una denuncia. A tal fine è utile conservare qualsiasi prova che possa attestare gli episodi di stalking (messaggi, video, lesioni…).
  2. Escogitare un “piano di sicurezza” coinvolgendo familiari, amici, compagni per creare una rete e cambiando abitudini.

Il paradosso della testimonianza

Tutta la verità, nient’altro che la verità

Uno dei principali mezzi di prova durante un processo è la testimonianza. L’art. 497 comma 2 del nostro codice di procedura penale fa pronunciare al teste, prima di venire ascoltato: “consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e non nascondere nulla di quanto a mia conoscenza”.

Questo impegno può davvero essere mantenuto? Essere sinceri, infatti, non equivale a dire il vero: esiste perciò un vero e proprio paradosso della testimonianza: giuro di dire la verità, credo di farlo, ma potrebbe darsi che io non possa farlo.

Esistono infatti dei fattori che possono distorcere i nostri ricordi, quali il tempo, la distrazione, l’interferenza di altri ricordi, fattori emozionali, cause organiche. Perciò, è buona prassi avere in mente come si valuta una testimonianza e che questi elementi possono sempre inficiarla. Per valutare l’attendibilità di una testimonianza, sostanzialmente ci si rifà ad indicatori riguardanti la quantità di informazioni che il testimone è in grado di riprodurre (quanto il testimone ricorda) e all’accuratezza di tali informazioni (come il testimone ricorda).

Una buona testimonianza deve quindi essere ATTENDIBILE (c’è corrispondenza tra quanto accaduto e quanto raccontato) e ACCURATA (c’è corrispondenza tra quanto accaduto e quanto rappresentato in memoria). La corrispondenza è ovviamente più importante della quantità di elementi ricordati. Queste due caratteristiche sono indipendenti tra loro: è possibile che un teste sia attendibile ma non accurato e viceversa.

Attendibilità e problemi della testimonianza

L’attendibilità della testimonianza dipende da alcuni fattori, tra i quali:

  • Età del testimone
  • Livello di consapevolezza e grado di attenzione durante l’immagazzinamento dell’informazione
  • Schemi mentali usati per interpretare il materiare in memoria
  • Scopo personale nella testimonianza
  • Tempo trascorso dall’evento per il quale si testimonianza
  • Tipo di interferenza subito tra evento e testimonianza

Esistono alcuni problemi legati alla testimonianza. Ad esempio: il testimone ricorda o ricostruisce? Proviamo a pensare ad un ricordo della nostra infanzia (ossia un ricordo autobiografico): siamo proprio sicuri che le cose siano andate davvero così? Probabilmente si, ma se chiediamo ad altri che erano presenti, è probabile ricordino in modo differente. Quando ricordiamo, infatti, tendiamo a ricostruire seguendo i nostri propri schemi mentali. Come ricorda Gabriel Garcia Marquez: “La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda”.

Tutti noi abbiamo ipotesi di fondo erronee per quanto riguarda i ricordi. Ossia, siamo convinti che se un ricordo viene alla mente allora è vero e che se sono sicuro di un ricordo allora è vero. Invece, non è detto che se ricordo qualcosa questo sia davvero successo o che sia successo proprio in quel modo.

Le false memorie

Così come i ricordi si confondono tra loro, lasciano tracce che vanno a mischiarsi e possono creare le cosiddette false memorie. Queste false memorie sono ricordi falsi che crediamo veri, risultato di suggestioni e di confusione tra immaginazione e realtà. Molto spesso sono al nostro servizio, nel senso che tendiamo a ricordare più facilmente ricordi coerenti con quello che siamo attualmente e modifichiamo i ricordi al fine di renderli coerenti. Un po’ come se ricordassimo un sogno: nel raccontarlo non ci rendiamo conto che da input confusi creiamo una storia, e la creiamo in base a quelli che sono i nostri schemi mentali, schemi che ci aiutano nella vita di tutti i giorni a creare un senso a quanto accade.

Purtroppo, queste false memorie esistono anche in chi deve testimoniare. Le false memorie testimoniali sono ricordi distorti di un evento a cui si è assistito e su cui si deve testimoniare. Non è detto che il ricordo vivido di un testimone sia esatto: la maggior parte delle volte, infatti, è chiamato a testimoniare su qualche cosa di emotivamente coinvolgente e ciò va ad influenzare il ricordo. In casi estremi (solo attorno al 1%) si può arrivare ad avere un’amnesia psicogena, ossia una perdita temporanea di memoria scatenata da un trauma psicologico, che può causare addirittura perdita dell’identità personale o di vasti settori della vita.

Come procedere?

Che cosa fare allora? Innanzi tutto, avere sempre in mente che se anche un testimone è ben disposto, può avere ricordi non veritieri. Quindi, quel che si può fare è:

  1. Evitare di chiedere al testimone di dirmi tutto ciò che sa, anche senza esserne certo, poiché, così facendo, aumenterà la quantità di informazioni fornite ma ne diminuirà sicuramente l’accuratezza.
  2. Ricordare che formulando domande:
    • aperte: stimolerò la narrazione e avrò accuratezza MA vi saranno lacune (es. mi racconti cosa è successo ieri sera);
    • chiuse: favorirò la completezza MA aumenterò il rischio di particolari aggiunti (es. ieri sera si è visto con sua moglie?).
  3. Evitare in qualsiasi modo di porre domande suggestive, ossia quelle domande che suggeriscono già una risposta (es. “di che colore aveva la cravatta?” presuppone che ci fosse una cravatta indossata, quando magari non è così).
  4. Registrare il colloquio di modo che anche altre persone potranno ascoltarlo.
  5. Aiutare il teste a ricordare con i seguenti metodi, che facilitano il ricordo e diminuiscono le false memorie:
    1. Ricreare il contesto in tutte le sue parti, anche quelle che appaiono insignificanti
    2. Riportare ogni cosa successa con la massima precisione possibile
    3. Cambiare la propria prospettiva, ossia cercare di raccontare come se si vedesse la scena da una differente angolatura
    4. Partire da momenti diversi nel tempo

Concludendo, testimoni o no, dobbiamo accettare ciò che diceva Mark Twain: “Quando ero giovane ricordavo ogni cosa, accaduta o no; ma ora le mie facoltà deperiscono e presto avverrà che ricorderò solo le cose che non sono mai accadute. È triste andare in pezzi in questo modo, ma nessuno può evitarlo”.

La personalità

Con personalità, si indica la modalità di pensare, sentire, e comportarsi di un determinato individuo. Esiste una grande varietà di pensieri ed opinioni riguardo lo studio di questa disciplina, tanto che ogni professionista, a seconda della propria concezione della persona, si focalizza su diverse aspetti del suo funzionamento.

La personalità nel corso di vita

Le persone pur cambiando nel tempo si riconoscono in modo stabile: perchè? Perchè esistono comportamenti che tendono a manifestarsi continuamente nel corso della vita di una persona. Possono differenziare a seconda delle fasi di sviluppo o nelle differenti situazioni, ma sono riconducibili ad uno stesso tratto.

Se questa continuità non è adattiva, non permette all’individuo di relazionarsi con armonia alle differenti situazioni o persone che incontrerà nel corso della vita, si avrà un disturbo di personalità.

Cosa sono i disturbi di personalità?

disturbi di personalità sono tratti inflessibili del carattere, modalità di rapportarsi al mondo che portano ad assumere atteggiamenti non adattivi.

Le caratteristiche più salienti dei disturbi di personalità sono riassumibili nei seguenti punti:

  • sono collocabili lungo un continuum che va dalla patologia alla normalità;
  • sono un’unica costellazione di processi psicologici;
  • coinvolgono processi consci ed inconsci;

Gli individui con disturbo di personalità tendono ad avere schemi disfunzionali che non permettono di interpretare correttamente le informazioni provenienti dall’esterno (e anche dall’interno), codificandole così in modo distorto.

Questa incapacità influisce sulla possibilità di stabilire obiettivi primari e secondari, e di valutare la propria prestazione nel perseguirli.

La relazione analista – paziente

La psicoanalisi e l’industria dei divani

Woody Allen sostenne che “la psicoanalisi è tenuta viva da un’industria di divani”. Sebbene tale aforisma faccia sorridere, è altresì vero che tale pratica è purtroppo tuttora usata, spesso a discapito del paziente.

Dietro all’uso del lettino, vi è il pensiero che la relazione analista-paziente deve essere quasi inesistente, il più “neutrale” possibile per il bene dell’analisi. Pensiero opposto, sul quale la psicoanalisi della relazione fonda il suo operato, ritiene la relazione tra analista e paziente come fondamentale per il percorso terapeutico.

Infatti, nella pratica clinica si il significato della relazione si costruisce assieme (co-costruzione), afferendo anche – e soprattutto – da quello che accade nel qui ed ora della seduta analitica.

Si passa dal ruolo neutrale dell’analista alla sua attività, intesa come partecipazione all’interno della seduta.

L’analista con il paziente

Questa modalità di interazione analitica è estremamente in contraddizione con gli albori della pratica clinica, nei quali lo psicoanalista doveva essere impenetrabile per il paziente, non mostrare nulla di sé. Adottare questa prospettiva, invece, significa stare con il paziente, avendo coscienza dei propri punti di vista e di come questi possono essere molto lontani da quelli del paziente. Significa avere chiaro che:

  • non si è detentori del sapere in quanto investiti di un certo ruolo;
  • il paziente è in grado di assumere la sua vita ed indirizzarla a partire da sé
  • il proprio compito è aiutarlo in questo percorso
  • la relazione è tra due persone, che entrambe queste persone la influenzano e ne sono influenzate.

Il terapeuta, quindi, deve essere capace di stare nella relazione, osservando ciò che accade, usando le sue competenze per darvi significato, con il contributo del paziente.

L’interazione è infatti il principale strumento del processo terapeutico.

L’autodisvelamento dell’analista

In questa “moderna” relazione analitica, non è quindi solo il paziente a parlare di sè. Anche l’analista usa la sua esperienza del qui ed ora, per far evolvere l’analisi. Questa tecnica, chiamata “autodisvelamento”, viene usata per analizzare i vissuti del paziente nei confronti della soggettività dell’analista, in un clima di trasparenza e collaborazione.

In questo modo, si viene a creare nel processo analitico una nuova condizione di indagine e di scoperta, si libera l’analista dalla presunta neutralità rendendo esplicito l’aspetto co-costruttivo del lavoro terapeutico. L’autodisvelamento è una modalità di stare nella relazione molto importante, poiché poter sperimentare un confronto sincero e alla pari costituisce un’alternativa con la quale vedere sé stessi ed il mondo.

Il rapporto paziente-analista non è una relazione a “senso unico”

Riassumendo:

  • il rapporto paziente-analista non è a senso unico;
  • l’osservatore è presente con tutta la sua soggettività nella situazione osservata;
  • la relazione analitica è interazione di due soggettività;
  • paziente e analista sono ugualmente partecipi, senza nascondersi

Si è passati da una relazione a senso unico (paziente -> analista) ad una relazione pensata come interazione dove entrambi sono coinvolti e partecipi (paziente <-> analista) con la consapevolezza che la relazione analitica dà la possibilità di sperimentare una relazione dove sia possibile essere ed esprimersi per come si è, senza doversi nascondere dietro un ruolo o un compito.

Psicopatico: professionista o criminale?

Quali sono i tratti salienti?

Il termine psicopatico è largamente usato nel linguaggio comune, la maggior parte delle volte in modo errato, come sinonimo di “folle” o “cattivo”. Seppur errati, questi riferimenti non sono del tutto infondati. Infatti, la psicopatia ha dei tratti che possono predisporre al comportamento criminale (irresponsabilità, impulsività) e da lì al sinonimo è un attimo.

Tuttavia, esistono ulteriori tratti quali la freddezza emotiva, la manipolazione e l’egocentrismo che possono anche essere funzionali a raggiungere l’apice in alcune carriere. Interessantissimo, in questo senso, il libro di Robert Hare e Paul Babiak “Snakes in suits: when psychopaths go to work”.

Robert Hare e Harvey Cleckey.

Decisivi per quanto riguarda la psicopatia nell’attuale definizione sono i lavori di Robert Hare e Harvey Cleckey.

Harvey Cleckley, nel suo famoso libro “The mask of Sanity” prende in considerazione un gruppo di criminali, ricoverati in ospedale piuttosto che reclusi in prigione. In questo scritto, Cleckey delinea tredici criteri per la diagnosi di psicopatia, quali assenza di rimorso, insensibilità verso le relazioni, falsità. Quella di Cleckley è la prima descrizione clinica completa del soggetto psicopatico ed è basata sui suoi casi clinici.

Una caratteristica che accomuna quasi tutti gli psicopatici è il modo superficiale e indifferente di rapportarsi agli altri, la loro mancanza di umanità. La personalità inferibile dai tratti proposti da Cleckey non solo è caratterizzata da un comportamento irresponsabile persistente ma, anche e soprattutto, da un’importante freddezza emotiva.

Possiamo facilmente vedere come la freddezza emotiva può portare a comportamenti devianti (pensiamo all’omicidio a sangue freddo) ma anche ad alcuni utili in ambiti lavorativi particolarmente competitivi ed insensibili, dove spiccano i cosiddetti “squali”.

Sia Hare che Cleckey sostengono l’impossibilità di delineare il profilo del perfetto psicopatico. Infatti, pur riuscendo a riconoscere dei tratti comuni non si può fare un identikit preciso, dal momento che lo psicopatico è molto bravo a mascherarsi davanti alle persone, al fine di manipolare o ingannare chi ha davanti.